Bang Face Weekender ’17: Ravelations

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Nella vita occorrono certezze e un anno senza Bang Face è tempo sprecato.
Sono quasi dieci anni che vi raccontiamo dell’ultimo grande Rave rimasto, di un universo parallelo al riparo da hype e personaggi da social network. Agli ordini di Saint Acid, un manipolo di eroi anarchici guida un’armata Brancaleone scombinata, bizzarra, ma sempre presa bene e pronta a fomentarsi anche sul beat più improbabile, annientando ogni distanza tra accademia e caciara. Si comincia con gli Snap! al giovedì e si finisce con la PFM Squarepusher alla domenica. In mezzo una valanga di suoni acid, techno e hardcore per tutti i gusti!
Il New Pontins sulla spiaggia di Ainsdale non è esattamente quello che si può definire un Club Med, ma offre tutto ciò che occorre per affrontare tre giorni e mezzo di danze sfrenate: un alloggio caldo  con tanto di cucina (sfruttata a dovere dalla sola Italian Hard Crew), spazi verdi per bivaccare durante il giorno, pioggia permettendo, minimarket, sala giochi, un canale TV via cavo nei cui studios partecipare a karaoke surreali e after per irriducibili, tre dancefloor indoor dominati da colonne di Funktion One con nuovissimi pannelli a LED per i visual a rendere l’esperienza ancora più coinvolgente.

Da un paio di edizioni è diventata consuetudine allestire un piccolo assaggio già giovedì sera per permettere ai primi di traveller di acclimatarsi. L’anno scorso il pezzo forte della serata più kitsch erano stati i Vengaboys (forse non tutti sanno che dietro al loro produttore Dj Delmundo si nasconde Wessel van Diepen ovvero metà dei mitici L.A. Style), stavolta invece, si dice dopo una trattativa non andata in porto con gli Scooter, è toccato ai redivivi Snap! con una carismatica Penny Ford ancora abilissima a tenere il palco.
I giochi si fanno seri la notte seguente dopo la classica cerimonia d’apertura dal tema mistico: Ravelations!
Saint Acid è il Messia che ha ricevuto l’illuminazione divina, a lui tocca narrare le scritture partendo dalla genesi dei raver Adamo ed Eva (due poveri ma divertiti spettatori che vengono frullati in una centrifuga e ricoperti di vernice colorata).
I nostri applausi durante questo delirio sono andati in particolare a Ceephax, molto più mentale e fluido del solito con un taglio sci-fi, e agli AnD. Il loro show ha subito una profonda maturazione in questi anni e, se dapprima era tutto incentrato sull’idea di scuotere lamiere in cassa distorta per fare casino, adesso è un set adulto, sempre potente ma consapevole della direzione da percorrere.
Un premio speciale va dato ai ragazzi della Japan Invasion, collettivo di Dj venuti dal Giappone richiesti a gran voce dalla Bang Face Hard Crew. Perfettamente calati nel mood del party è stato come incontrare dei cugini lontani. L’immaginario futuristico da anime non poteva trovare che qui la sua collocazione ideale. Nel Queen Vic floor mettono su musica dalla velocità pazzesca declinabile in tutti i ‘core possibili (scopriamo così l’esistenza di lolicoreotaku core). Fantastici! Grazie Dj Sharpnel(.net style), Bio Hannya, Dj Shimamura feat. Mc Stone, Hawawa e a tutti gli altri, arigato gozaimasu!!!

Ottima anche la performance di Radium in versione happy mashup, mentre Dave Clarke rispolvera i dischi di inizio millennio per una prova solida ma non da fuochi d’artificio. Buon set ma senza sorprese anche per The Dj Producer. Dave Skywalker ottimo padrone di casa.
Deludono invece i fratelli Liberators che non tengono il passo, ingranando la marcia giusta solo negli ultimi minuti, e Luke Vibert con i Ragga Twins poco ispirati.
Sabato le danze partono già dall’ora dell’aperitivo. Il collettivo I love Acid controlla la situazione al pub. Doubtful Guest non fa tanti complimenti e imbriglia il pubblico con trame di 303 selvaggia e battiti stilisticamente ibridi. Chevron prosegue sulla stessa via ma più pulito mentre Mark Archer, storico veterano e nostra guida spirituale, presenta la prima live del suo ultimo progetto: Trackman, acidità moderna e intrippante.
In main room rivediamo con piacere un’altra vecchia conoscenza, Otto Von Schirach, il principe della Miami bass. Tra costumi pacchiani e bassi più gonfiati dei bicipiti di un culturista il tempo scorre e veloce e sale in consolle Clark, la rivelazione del festival. Vista la lunga carriera dell’artista inglese potrebbe sembrare strano definirlo “rivelazione”, ma dato l’andazzo degli album e dei set degli ultimi anni diciamo che non ci aspettavamo granchè. E invece eccolo con un live molto ben costruito e soprattutto pensato con tanto di ballerine. IDM e ritagli techno come non se ne sentiva da un pezzo.
Riprendiamo a carburare sulla sfuriata di Electric Kettle e poi ancora in sala grande per il primo headliner: Atari Teenage Riot.
Alec Empire e Nic Endo magari non sfornano più album epocali ma dal vivo trascinano come pochi, sono un “tifone umanoide” (per restare in tema anime), il messaggio politico della techno arriva forte e chiaro!
Il ritorno on stage di Bogdan Raczynski era uno degli eventi più attesi del festival, e lui non tradisce le aspettative incasinandoci il cervello, ubriacando i neuroni a suon di pinte di beat allucinogeni. L’unico rammarico è dovuto al non aver potuto godere dell’ultima traccia, quella Alright! part 8 da orgasmo collettivo, a causa di un ritardo sul timeschedule. L’hip hop misto hardcore di Hellfish ci accompagna a letto.

Domenica è il giorno dei saluti e ci abbracciamo felici sotto lo benedizione ai piatti di Mark Archer, ora in versione dj set.
Stona un po’ lo show di Wisp troppo muscolare e dancefloor oriented, quando avremmo preferito ascoltare le sue incredibili melodie. Anche The Black Dog appaiono fuori tempo massimo a confrontarsi con una deep techno in cui si trovano a far la parte degli inseguitori. Ottimi Sherwood & Pinch che, nonostante la classicità del dub proposto, mettono a dura prova l’impianto, spostando l’asse terrestre a colpi di iper basso. In sala Face si alternano in consolle leggende d’n’b come Foul Play, Cloud 9 e 2 Bad Mice.
Il concerto di chiusura tocca a Squarepusher con la band Shobaleader One, vale a dire la PFM con le maschere dei Daft Punk. Tecnicamente ineccepibili, anzi il batterista è stato un qualcosa di sovrumano, ma l’attitudine progressive rock è l’onanismo per antonomasia.
Finiamo il nostro reportage dicendo ancora una volta grazie a James e a tutta la famiglia allargata della Hard Crew, per questo piccolo miracolo che riescono con sforzi enormi a ripetere di anno in anno. Val la pena ribadirlo: qui di sponsor e media partner non ce ne stanno, non per pretesa superiorità culturale underground, ma semplicemente perchè le cose si fanno per il gusto di farle. Si fatica per goderne assieme. Volete i soldi? Fate i commercialisti!! Lunga vita al Bang Face!

Federico Spadavecchia

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