Dimensions Festival ’15: Il Report

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A una settimana dalla sua conclusione, il ricordo del Dimensions Festival è ancora vivido nella nostra mente.
Organizzato da un team inglese che quattro anni fa ha scelto questa ridente parte istriana della Croazia, appena fuori dal capoluogo Pola, come sede di un progetto molto ambizioso che quest’anno ha raggiunto il sold out con 7.500 presenze.
Il Dimensions si presenta come una serratissima vacanza al mare, corredata da valanghe di elettronica di pregio e ore piccole a go go. Pubblico in maggioranza britannico obviously. Poi tanti Francesi, Scandinavi, Austriaci e spruzzate leggere di Italiani.
Il festival vero e proprio si è tenuto nei pressi e all’interno di un’antica fortezza abbandonata, Punta Christo, mentre l’inaugurazione ha avuto luogo nella splendida Arena di Pola con i live di Four Tet e della band svedese Little Dragon, oltre allo show di Floating Points (di cui vi abbiamo raccontato qui).
Il castello ottocentesco si trova accanto alla costa. Durante il giorno ci si ritrova tutti nella super attrezzata Dimensions Beach, sorseggiando birrette, cocktails e godendosi bagni, sole, djset e live di qualità.
Da menzionare assolutamente i set di Lexis (Music Is My Sanctuary), Steve Cobby (Fila Brazilia) e Jeremy Underground, nonché i live dei canadesi Badbadnotgood, con il loro hip hop strumentale elettronico sporcato da jazz e disco, e del giovane newyorchese Gabriel Garzon Montano, una bella rivelazione, cantante, compositore e polistrumentista.

Le cinque giornate di gozzoviglie sonore si sono dipanate in svariati stage, di cui tre belli ampi e i restanti più a misura d’uomo, arrivando alle sembianze da festino illegale open air soprattutto nell’adorabile The Garden, avvolto dalla vegetazione di un simil boschetto, dall’atmosfera intima e allegra. Qui si è esibito l’irlandese Space Dimension Controller (R&S Records), che ha iniziato con dischi house raffinatissimi per poi passare a intrippanti mix acid e breakbeat, minimalate electro pop tedesche e virate imprevedibili. Stesso entusiasmo per Eliphino, dj e producer di Leeds che si divide tra Berlino e Londra, e che con la sua house very chill ha saputo chiudere la prima serata con somma maestria, dapprima fomentando il pubblico con una serie di classici old school, e poi augurandoci buon mattino quasi con paterna amorevolezza.
Altro stage molto apprezzato per la dimensione raccolta, oltre che per i giovani artisti prevalentemente Ex-Yugo (nella generale egemonia anglosassone) il Noah’s Ballroom, stipato all’interno di una torretta, con vista su cielo stellato e alberi secolari e un impianto deluxe. In ordine di apparizione i nostri preferiti sono stati: Viatori, dj/producer appena quindicenne da poco appartenente alla longeva ed illustre crew zagabrese CFSN (sulla scena da 13 anni), con la sua deep house di classe. Phillipe & Funk Guru, membri fondatori della su citata crew, a somministrare ottima house a tratti molto Uk a tratti molto fusion. Doo, appartenente al vivace team belgradese Beyond House.
Menzione particolare per Mimi, Labud e Ganik della Ekstrakt di Zagabria, sempre in ambito house, ma con derive fortemente Uk bass ed electro breakbeat.
Una nota di merito per Borut Cvajner, dai natali istriani, uno dei producer più interessanti a livello nazionale (croato) per quanto riguarda certa house di nicchia con la sua interessante etichetta Vakum Records.

Il main stage, il The Clearing, nel complesso ha fatto scintille ma dobbiamo registrare anche un buon numero di delusioni.
Seguiamo il cartellone con ordine e cominciamo col dj set di Four Tet, un agglomerato di easy house e tracce ballabili, senza nessuna concessione alla ricerca o al fattore sorpresa. Bocciato in pieno, ma il pubblico apprezza.
Che dire poi del tristissimo set di Juan Atkins? O del live di George Clinton?
Due mostri della storia della musica, ognuno a modo suo, eppure strettamente correlati, avrebbero benissimo potuto risparmiarci le rispettive performance. Juan ha ovviamente suonato dischi più che pregevoli, ma tra scaletta sconclusionata, totale distacco emozionale, frequenti grattatine isteriche di naso con volto adombratissimo, passaggi sporchi senza cuore ci ha intristito tanto da abbandonare il dancefloor. Il Re-del-Funk George si è esibito con la verve di un malato terminale: ottima la band d’accompagnamento, molto sceniche le coriste, ballerini e gesticoloni i rappers sul palco, però lui, il Re, messo davvero molto male, con la voce lacerata dall’abuso di sostanze e una mole fisica pateticamente statica. Caricatura di se stesso.

Per quanto riguarda invece i momenti di gloria, ci è piaciuto molto il live di Dorian Concept, presente col suo trio meraviglia formato assieme al virtuoso batterista jazz Cid Rim e a cloniOUs, genio della sperimentazione analogica a gestire un basso sintetico e altra strumentazione varia di sua creazione. Gran jazz mattacchione drum ‘n’ bassizzato con forti accenni fusion e un’inattesa deviazione techno sul finale.
Applausi per Petar Dundov, zagabrese calsse ’73, con il suo sound da after, estremamente piacevole e arioso, perfetto per lo slot a inizio serata. Molto divertente il live dei Paranoid London con il loro mix di acid, mc ghetto style e Uk bass bella sporcacciona. E, sempre nella stessa serata, l’esaltante live degli Underground Resistance: high tech jazz from Detroit iper entusiasmante. Il live più esplosivo di tutto il festival, senza esagerazioni. Il pubblico seriamente in delirio. Anche noi di Frequencies in prima fila, sgambettanti come fossimo posseduti. Poi, a coronare il tutto, Surgeon e Blawan, entrambi decisamente ispirati e diligenti nel non somigliare troppo a se stessi con una tracklist impeccabile, dal lirismo dark, senza mai scadere nella monotonia.
La più grande sorpresa? Il dj set del parigino Jeremy Underground, fondatore dell’etichetta vinyl only My Love Is Underground: un puro concentrato di house in tutte le sue forme, un utilizzo dei piatti sopraffino accompagnato da una selezione capace di infiammare a dismisura la pista, travolta da una fisicità e un gusto davvero eclatanti, anche per i non amanti del genere. Una splendida scoperta e un nome da tenere d’occhio.

Il palco The Moat, assai scenografico col suo dancefloor incastonato tra due mura alte e strette, ci ha lasciati spesso con l’amaro in bocca, a partire dal set cacofonico e monotono di Lee Gamble, passando per quello di Objekt, produttore eccezionale, ma conferma di non trovarsi a suo agio ai piatti proponendo techno sin troppo macellaia, senza margini di sorpresa e nemmeno abbastanza estrema da portare via il pubblico frastornato. Recloose assente e rimpiazzato all’ultimo, Hunee b2b Antal niente di che, esageratamente trasversali e disomogenei e, allo stesso tempo, un po’ troppo easy house alla fin fine. Truncate, inizialmente potente e all’insegna del rave on, ha poi pensato di sedimentarsi troppo in quelle sonorità dark techno a lungo andare noiose e scarne, a momenti superficiali da quanto prevedibili.
Da salvare? Lo showcase spettacolare della Hessle Audio di Ben Ufo+Pangaea+Pearson Sound – techno impeccabile, tinte fosche e lugubri bassi da post mortem.
Il live di Legowelt, con la sua scintillante verve e dinamica accolta a braccia in aria dai ravers.
Il sempreverde Ben Klock, sempre col disco giusto in borsa e sul giradischi.
Simpatico anche Intergalactic Gary, anche se parte lento a trovare un indirizzo che non fosse solo electro-cacofonico-pacioccone.

Un finale di festival da ricordare lo abbiamo vissuto col set di Miss Sunshine. Talentuosa dj croata, è tanto piacevole e solare nella vita quanto tenebrosa è la sua techno: un connubio che abbiamo amato davvero tanto e che ci siamo goduti fino ai primi albori allo stage Fort Arena 1. Raffinata e affilata, perfezionista e poetica, Sunćica ci ha conquistati.
Un addio al fulmicotone a tutte le giornate passate sgambettando da un palco all’altro.

A livello organizzativo i ragazzi di Dimensions avrebbero dovuto predisporre meglio le line up per non creare categorie troppo fisse nei generi. Parlando di logistica invece il palco principale avrebbe potuto essere molto più vicino agli altri – e non ad una ventina di minuti di camminata spedita – per una fruizione più agevole. I giornalisti avrebbero meritato un’accoglienza più presente e un meeting point più efficace per quanto riguarda le pubbliche relazioni tra professionisti del settore.
Nonostante questi dettagli la festa è oltre modo riuscita; tornare il prossimo anno è molto più che una semplice tentazione.

Divna Ivic

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