Rabih Beaini “Albidaya” (Annihaya Records)

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Fino a non molto tempo fa qualsiasi cosa uscisse al di fuori del pluritestato mercato europeo-americano veniva bollata, senza troppa attenzione, come world music.
Artisti del calibro di Peter Gabriel o Jah Wobble, tanto per citarne un paio, hanno dedicato anni allo studio della musica etnica, più o meno tutti con una certa comunanza d’intenti (la scoperta delle tradizioni locali, un ritmo più genuino, il contatto con la terra, la spiritualità…).
Libano 2009: Raed Yassin, Sharif Sehnaoui e Hatem Imam fondano la Annihaya records, con il fine di destrutturare la musica popolare per riprogrammarla attraverso nuove vie d’ascolto, mettendo in discussione la familiarità del suono e la sicurezza che ne deriva.
Ulteriore particolarità dell’etichetta è il coinvolgere visual artists per realizzare ritratti dei musicisti.
E’ la prima volta che Rabih Beaini firma un album direttamente con il nome proprio, di solito siamo abituati a conoscerlo come Morphosis, ma visto che il progetto nasce nella sua terra di origine, questa scelta ha una certa logica.
Albidaya (inizio, in Arabo), edizione limitata 500 copie, è free jazz sinteticamente modulare con l’impeto di Coltrane; affonda le radici nelle visioni galattiche di Sun Ra, la tradizione immersa nell’avanguardia ne contamina le frequenze.
Si tratta di un ascolto coraggioso per chi non non ha paura di allontanarsi dalle strade già battute, ci piace definirla globalizzazione intelligente.

Federico Spadavecchia

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