Bong Ra “Monolith” (PRSPCT Recordings)

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Pensate che Skrillex sia cattivo? Credete che il drop di Borgore faccia paura? Siete sicuri che il massimo del sudore lo si raggiunga solo col nu metal dei Korn? Bene, allora provate a spegnere MTV (o forse è meglio dire Youtube?) e a fare il grande passo nella dance vietata ai minori (e ai deboli di cuore) con Bong Ra.
Jason Köhnen inizia la sua carriera nel 1996 come Dj, e da buon olandese tiene nella borsa il sound più duro in circolazione. L’anno dopo la sua carriera da produttore decolla definitvamente con la firma per la prestigiosa DJAX Records.
Pioniere della breakcore, in quel treno fuori controllo che è la sua musica è possibile trovarci gli stili più diversi, dal rock al jazz, dall’hip hop al noise, tutto carbone da ardere in caldaia.
Nel 2001 la consacrazione imperiale: John Peel lo invita a registrare una delle leggendarie Sessions.
Attualmente il palmares di Bong Ra vede svariati singoli, cinque album e collaborazioni con tutte le labels leader della scena (riconducibili a gente come Mike Paradinas, Kid 606, Jason Forrest aka Dj Donna Summer), finendo anche in TV col video di 666MPH.
Il concept dietro Monolith è legato alla fine del mondo prevista per quest’anno. Lo scontro inevitabile tra mitologia e realtà mette a nudo i paradossi ed i conflitti di un genere umano che se da un lato è stato in grado di sviluppare il proprio inetelletto, dall’altro continua ad essere schiavo di superstizioni e violenti istinti primordiali. Il monolite reappresenta una lapide per la vecchia civiltà e al contempo il punto d’inizio di una nuova era.
Il disco è diviso in due parti uguali di quattro pezzi ciascuna, denominate Alpha e Omega: la prima di stampo hip hop mentre la seconda dance oriented.
Monolith fin dall’inizio evoca scenari da invasione degli zombi e, tra beats esplosi come colpi di fucile in mano ad una folla nel panico, ecco apparire sottoforma di fuochi fatui i riff sintetici del brutalismo belga dei primi ‘90 (leggi Joey Beltram e R&S).
Il rapper americano Sole ben si destreggia nell’apocalisse armato di microfono, capace di colpire duro e di sopportare una ritmica a velocità tripla rispetto alla norma del genere.
E’ in questo contesto che Bong Ra si misura anche col dubestep, o meglio con la sua eredità in termini di wobble bass. Se i ragazzini a stelle e strisce si limitano ad usare l’iperbasso per fare casino mostrando i muscoli come qualsiasi bulletto delle elementari, qui, invece, le lame non sono solo affilatissime ma arrivano in profondità fino ad intaccare l’osso, provocando danni irreversibili alle terminazioni nervose.
Il rito della nuova carne si consuma nel secondo atto.
L’hardcore punk made in USA è il cadavere su cui lavorare per ottenere un Robocop spietato da impiegare nello sterminio. Il battito ha preso le sembianze di un ninja da videogame velocissimo e letale.
In definitiva si tratta di un disco visionario ed estremo non adatto a tutti, ma senz’altro utile a segnare un confine tra adolescenza ed età adulta, tra chi fa sul serio e chi non è altro che chiacchere.

Federico Spadavecchia

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