Rave in Italy: Intervista a Pablito el Drito

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Pablo Pistoiesi aka Pablito el Drito è un attento testimone e animatore della scena dei party elettronici italiana, nelle sue molteplici vesti di giornalista (presente anche sulle nostre pagine), Dj/produttore e discografico.
A poca distanza dall’uscita del suo primo romanzo (Once were ravers), torna in libreria con un nuovo libro, sempre edito da Agenzia X, dal titolo Rave in Italy.
A differenza del primo, questo secondo lavoro ha un taglio espressamente documentaristico, volto a indagare a fondo le caratteristiche della sottocultura giovanile più influente degli anni ’90.

In occasione della presentazione bolognese presso l’Xm24 (via Fioravanti 24, questa sera ore 20.30), abbiamo raggiunto l’autore per fargli qualche domanda.

Dopo Once Were Ravers che attraversava l’ambiente dei rave in forma di romanzo, ora hai scritto un saggio sui party nello Stivale. Come ti è venuta l’idea di questa ricerca storica?

La ricerca storica sulle controculture è il focus di Agenzia X, il collettivo editoriale cui faccio riferimento. Paola e Marco, che hanno costruito la straordinaria esperienza di questa piccola casa editrice indipendente, mi hanno commissionato questo libro. Un lavoro per certi versi simile ad un altro libro che si chiama Lumi di punk, curato proprio da Marco Philopat, che ricostruisce la scena punk/hc degli anni ottanta tramite interviste ai protagonisti di quella scena. Non solo musicisti, ma anche attivisti, fanzinari etc. Io ho seguito il solco di quel libro, che ha la caratteristica di fare parlare i personaggi, senza commentare quel che dicono. In questo consiste la storia orale. Rave in Italy tecnicamente è un libro di fonti storiche. Devi inoltre tenere presente che io sono uno storico, mi sono laureato in questa materia, di cui sono un grande appassionato.

Come hai scelto gli intervistati, i testimoni cui hai dato voce per questo racconto corale?

Alcuni erano contatti che già avevo. Io la scena anni novanta l’ho vissuta, e in parte credo anche di avere contribuito a crearla. Altre sono persone che mi sono state consigliate da altri intervistati. La maggioranza delle persone che compaiono nel libro le conosco di persona, altri le ho conosciute meglio proprio tramite la mia indagine.

Di rave diciamo “concettualmente simili” ne esistono ancora, free party di cui al solito si legge per lo più tramite articoli allarmistici o resoconti di interruzioni/sequestri impianto ecc. Dal punto di vista di una generazione precedente, che idea hai su queste feste, ti sembra siano simili come spirito a quelle di cui si parla nel libro?

La caratteristica del rave è quella di essere un evento che si basa sul concetto di autogestione e occupazione temporanea di uno spazio. Certo che la pratica esiste ancora, e per fortuna, aggiungo. Credo che sia positivo che il rave in Italia dopo 25-26 anni sia un fenomeno vivo. Io nella mia ricostruzione parlo degli anni novanta, ma spesso i più giovani, mi pongono la stessa domanda che mi hai fatto tu. Io non so bene quel che succede ai party di oggi, in tutta onestà, perché non li frequento. Preferisco infatti contesti più tranquilli, tipo festival, o ancora meglio gli squat party, dove c’è meno casino (spesso infatti devo sia parlare che suonare) e più attenzione a certi aspetti sociali e politici che mi stanno a cuore. Ti posso dire che sono molto allarmato dalle nuove leggi liberticide che questo governo ha inserito nel pacchetto sicurezza, che prevedono l’uso di intercettazioni per le occupazioni e fino a quattro anni per lo stesso tipo di reato. Credo che gli amici e fratelli della comunità rave saranno vittime di queste leggi scellerate esattamente come gli squatter o gli immigrati.

Tu sei anche producer/musicista. Quella dimensione nell’approcciarsi diversamente ai canoni dell’artista (dischi senza info o quasi, Dj spesso non nominati nei flyer) per dare centralità alla musica è secondo te replicabile in altri contesti? E avrebbe senso nella scena attuale diventata vittima consapevole di logiche commerciali?

Nei primi rave che organizzavamo non c’era manco il nome della crew, mica solo solo quello dei Dj. Però devi tenere conto che lavoravo ance già nei locali. Lì usavo il nome Dj Bostik (salvo poi abbandonarlo perché esisteva un altro omonimo napoletano, componente dei Contropotere). Poi di nomi ne ho usati tantissimi (Urban sprawl, Analogic Mantra, Urban & Free tra gli altri). Fai conto che il mio nickname Pablito el Drito l’ho cominciato a usare che già facevo techno da quasi dieci anni!
Comunque l’idea dell’anonimato non l’ho mai del tutto abbandonata: con la mia crew Rexistenz spesso abbiamo omesso le lineup delle serate e l’ultimo vinile che abbiamo pubblicato è tutto nero, per identificarlo c’è solo il run-out. E’ un bellissimo tre tracce tra dub, noise e industrial di a034, mio caro amico e complice di scorribande sonore. Un grande artista, che spesso ha scelto l’anonimato.

Dopo un romanzo e un saggio, cosa ti piacerebbe scrivere prossimamente?

Non so, devo ancora decidermi. Per ora ho un paio di idee in testa, poi vedremo. Non so se fare un’altra fiction o un altro libro di storia orale. Per ora non posso dirti di più!

Sandrica Se-lecter

Si ringrazia per la collaborazione Mauro Boris Borella

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