Luca Sigurtà “Grunge” (Silken Tofu)

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Ombre che si addensano minacciose al passo di un rituale solenne.
Luca Sigurtà torna sulla scena con un nuovo disco, Grunge, visione estatica di armonie sedotte dall’oscurità.
E’ di fatti il buio il fulcro di questo lavoro, uno spazio/atmosfera ideale per evocare fantasmi dall’oltretomba pop, scolpire ritmi granitici e comporre musica come se si stesse girando un film.
Sigurtà è un regista metodico, riascolta le tracce fino alla completa soddisfazione, stando attento a restare coerente al concept che ha deciso di rappresentare. L’obiettivo di uno sperimentatore è confrontarsi con elementi lontani dalla propria comfort zone, e per questo ogni album ha descritto un percorso preciso della sua carriera. Ma allo stesso tempo è una sfida anche per l’ascoltatore che, privato di punti di riferimento, non può fare altro che seguire il corso degli eventi scoprendo fino a che punto la musica è capace di spingerlo ad accettare e assimilare nuovi stimoli.

Quanto a Grunge, il nome non vi tragga in inganno: niente camicie di flanella e rabbiose chitarre elettriche, ma tonnellate di drammaticità elettronica. Rispetto agli episodi precedenti il focus si sposta dalla sperimentazione sonora al racconto, prediligendo una scrittura più sofisticata. Luca cammina in bilico su uno strapiombo, e per non sfracellarsi su un acuminato suolo drones si aggrappa a insperati interventi provvidenziali: voci angeliche e pad mistici.
E se alle voci femminili spetta il compito di alleggerire le pene dello spirito, a quelle maschili tocca fornire spiegazioni su dove ci troviamo e con chi. Il mondo sotterraneo si rispecchia in un dark sound così tirato a lucido da splendere, uno spettacolo che fa perdere il senso della realtà. Giusto l’ultima materia che gli resta da plasmare.

Federico Spadavecchia

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