Le Guess Who? ’17: Utrecht al centro del suono

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Ammetto che da tempo non sono più avvezzo alle nuove tendenze dell’arte. Sono ormai abituato ad esplorare con le orecchie approfondendo ciò in cui mi imbatto senza studiare granchè i nuovi orizzonti della critica. Sarà per questo motivo che solo chiacchierando a margine di qualche concerto in quel di Utrecht che ho scoperto l’esistenza del movimento post-internet e ci sono rimasto male. Perchè in fondo sono affezionato al web. È lì che ho trovato film porno e letto notizie, prenotato aerei ed alberghi, ammirato corse ciclistiche, ascoltato un sacco di musica e scoperto concerti e festival. Tra questi anche Le Guess Who?, che si svolge da un decennio ma che solo negli ultimi anni si è segnalato come appuntamento da non perdere. Scorrendo la timeline di Twitter mi è balzato all’occhio il programma di questa edizione 2017: in pochi sguardi la mascella si è abbassata sempre più, al che mi sono loggato al sito della mia banca, ho constatato di non potermelo permettere ed ho deciso di partire lo stesso. Benvenuti a Le Guess Who? 2017, una storia di musica, birra a basso costo e piedi dolenti.

0 – Ovvero la premessa. Per poter godersi Le Guess Who? (da qui in poi LGW per pigrizia e semplicità) la prima difficoltà in cui ci si imbatte è trovare una sistemazione. Prezzi alti, rischio cancellazioni, soluzioni alternative non sempre rapportate al costo/servizio erogato. Il festival infatti porta pubblico da tutta Europa, se non oltre ed è in grado di accoglierlo alla perfezione. Mai una coda per prendere una birra (a prezzi pure decenti), poca attesa per mangiare, inevitabili sold-out nelle sale piccole (ne parliamo dopo) ma perlopiù spazio e comodità. Nessuna stupida perquisizione agli ingressi, del tipo che ti porti quello che vuoi, panini e six-packs di birra a volontà.

1 – LGW nasce nel 2007 in quella che è diventata di fatto la vera capitale culturale dei Paesi Bassi. Cessato finalmente lo strapotere dei festival indie-rock anonimi, negli ultimi due anni, il cambio netto giunge grazie a quell’abitudine che solo in Italia è rimasta sconosciuta: rivolgersi a curatori esterni. Quest’anno erano ben sette (Han Bennink, Jerusalem in my heart, James Holden, Grouper, Shabazz Palace, Perfume Genius e il collettivo newyorkese Basilica Soundscape) ma tra i loro recenti predecessori spiccano nomi come Sunn O))), Wilco, The Ex, Savages, Suuns e Julia Holter. Soggetti vari, molto diversi tra loro, spinti da una comune fame di conoscenza, dalla curiosità che sta tutta riassunta nel punto di domanda che fa da logo al festival. A contribuire alla crescita de LGW ci si è messa soprattutto la disponibilità di uno spazio incredibile come il Tivoli Vredenburg. Un centro culturale da 150 milioni di euro nel cuore cittadino, con cinque sale da concerto ciascuna adatta ad ambienti musicali specifici (dalla musica sinfonica al clubbing, passando per palchi pop-rock e spazi più trasversali) e con capienze che vanno dai 400 ai 2000 posti. Nove piani di “morbidezza sonora” che costringono anche ai più aitanti tra gli appassionati ad un continuo su e giù sulle scale della struttura. Fortunatamente tra i mezzanini c’è spazio per risollevare lo spirito, ammirando le gigantografie dei “Black Power Tarot” di King Khan e Michael Eaton; capiterà spesso di trovarsi sorpresi dallo sguardo disegnato di Sun Ra, Tupac, Tina Turner o Richard Pryor. All’incessante moto vanno aggiunti 13 altri spazi differenti, la maggior parte dei quali si trova a distanza abbordabile. Tuttavia non mancano eccezioni di tutto rispetto, come quei tre a sud, situati ad una buona mezz’ora di cammino dal Tivoli. Una distribuzione che, combinata con una line-up densissima e concentrata soltanto dalle 18:30 in avanti, fa de LGW in primo luogo una performance atletica, fatta di corse, piaceri e rinunce.

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2 – In una città che ha avuto tra i suoi cittadini illustri perlopiù vescovi, santi, papi e teologi, la manifestazione non poteva che iniziare addirittura in duomo con il primo show: Le Mystère des Voix Bulgares. La cattedrale però è piccola quindi lunga coda e tutto esaurito. Il mistero delle voci bulgare resterà un mistero. Ma aiuta a comprendere immediatamente la necessità di darsi regole: in primis “non si può fare tutto“. Il comma 1 è: “salta le cose che hai già visto o vedrai anche a casa“. Le linee guida sono chiare, e al Tivoli sta per cominciare il programma di Han Bennink. Nell’anno del suo 75° compleanno, Utrecht ha deciso di omaggiare colui che è probabilmente il jazzista più importante di sempre nei Paesi Bassi e il suo infantile entusiasmo. Non esiste al mondo un altro batterista 75enne che continua a gattonare sul palco, a suonare il rullante con i talloni, e succhiare le bacchette e a ridere mentre agita dei sonagli. Un approccio di energia e follia che non si trova più nemmeno nei 20enni. Il regalo ad Han sono tre giorni a suonare con amici e colleghi incrociati in ogni angolo del mondo. Il primo ospite è quel terrorista sonoro di Keiji Haino. alla chitarra elettrica, al pallone da basket rotolato sulla pedaliera ed alla chitarra acustica percossa mentre ondeggia appesa al soffitto. Siamo, con due campioni, nel campo della spontaneità più assoluta. Più che nel duetto seguente, con Thurston Moore che si siede e fa urlare la chitarra come al solito e Han che lo accompagna con delicatezza e lascia che sia il compagno a guidare fino a che i due non si trovano affiancati, in assoluta alchimia improvvisativa. Il programma de LGW non è mai completo, da qui il nome del festival. Per ogni serata c’è un headliner segnato con un punto di domanda. Si può attendere il tweet degli organizzatori che viene pubblicato a concerto iniziato oppure farsi guidare dalla curiosità ed aspettare sotto il palco. Apparse percussioni africane e chitarre elettriche, ecco spuntare the blind couple from Mali Amadou et Mariam, che hanno il merito di far muovere i primi culi della kermesse. Missione fallita invece dall’incontro tra lo chansonnier libico Ahmed Fakroun e la psichedelia turco-olandese degli Altin Gün: l’affiatamento c’è, qualche problema tecnico anche ma il risultato è proprio moscio. Una buona ragione per allontanarsi in fretta verso l’EKKO, ottimo spazio che non teme i volumi forti. L’ideale per l’aggiunta last-minute al programma della migliore band in circolazione in Olanda da decenni: The Ex. Il loro live è incendiario, post-punk e post-tutto con il pubblico di casa a tifare.

3 – Oltre ad Han Bennink, c’è un altro curatore di peso che mi ha convinto a venire qui ed è Radwan Ghazi Moumneh (Jerusalem in My Heart). Il suo lavoro è straordinario, ardito e trasversale come la sua musica. Si tocca subito una vetta con un mito dello stesso curatore, la leggenda del ‘Tarab’ Abdel Karim Shaar. Il concerto si svolge nella Jacobikerk, più spaziosa e calda, ma soprattutto dotata di un bar nella navata. Da cui si esce in anticipo perché al Tivoli tocca a Patrick Higgins lo strepitoso chitarrista degli Zs, nonché studioso e compositore di musica contemporanea. A LGW si presenta con un programma in due parti, i cui temi centrali sono il peccato e il senso di colpa. Si parte con una composizione ispirata a Gesualdo da Venosa affidata al sestetto d’archi della Filarmonica Nazionale Olandese: un intervento di musica da camera lentissimo e dinamico che introduce alla perfezione il secondo set “Hyperborea” l’ultima sua composizione qui in anteprima mondiale. Gli archi si riducono a quattro, accompagnati dall’elettronica e dalla sua direzione pacata. Su un bordone energico le corde sono grattuggiate, percosse, torturate alla ricerca di un impossibile rumore bianco. Si divertono e divergono e si innalzano subito al massimo livello dell’intero festival. Il tempo di un passaggio a vedere l’incontro tra Terrie Ex e Spring Heel Jack al Kytopia (spazio bello ma sotto-utilizzato, una sorta di ex cinema occupato) e si torna al Tivoli per il finale di Stella Chiweshe. La musicista dello Zimbabwe canta, suona e bacia ripetutamente la sua m’bira, prova anche a coinvolgere il pubblico con un corale canto d’uccelli, ma al risposta è fredda, l’Africa è lontana. Pare che sia andata in maniera simile a Berlino, quando ad accompagnarla c’era Greg Fox, che qui la segue al piano di sopra con un altro live fulminante. E’ una giornata all’insegna degli Zs evidenemente ed il turbo-batterista di Brooklyn si muove agli stessi altissimi livelli del suo bandmate. Una performance in solo ma strabordante grazie ad una batteria triggerata che pesca da una libreria di suoni preregistrati. Set breve perchè Greg è stato già informato riguardo alla clamorosa sorpresa della serata. I Residents escono dal punto di domanda e danno una lezione ai nipoti presenti tra pubblico e artisti. Costumi deliranti, proiezioni di Madre Teresa distorte, pop-rock destrutturato, acido, sempre più lento e drogaticcio. Livello inarrivabile anche per chi li segue Prurient, che sottopone i rimasti al suo solito bombardamento a tratti eccessivo. In una sala stracolma di folla, rumori e luci blu taglienti lo scorcio più interessante è lo sguardo verso l’esterno. Dal piano alto si vedono i tetti di Utrecht sovrastati dai riflessi blu delle luci sul finestrone: la città sembra preda di una tempesta elettromagnetica. All’ultimo floor Moor Mother sta celebrando un rituale maligno di poesia noise, rifiutando gli applausi del pubblico a suon di “motherfucka“, che è lo stesso che dicono i miei piedi dolenti per tutto il su e giù. Restano i Pissed Jeans per la giusta chiosa a base di  rock’n’roll. Mezz’ora di sludge-punk casinaro e disordinato. L’energia giusta per mettere tutti a nanna.

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4 – Il sabato nei festival è sempre un dilemma tra accogliere più pubblico e cercare di accontentarlo e sballarlo. Invece a LGW è il giorno col programma meno avvincente, benché preceduto dal “Mini Who”, un pomeriggio di concertini in una dozzina di negozi di dischi e piccoli locali che, come gli altri eventi collaterali, spinge ad esplorare la cittadina. Utrecht dietro alla sua facciata medievale sembra la città del futuro: traffico inesistente e biciclette ovunque, addirittura sono queste ultime a creare problemi di parcheggio. Ma siamo qua per la musica e ripartiamo dalla Jacobikerk dove è la volta dell’Iraq con Farida & The Iraqi Maqam Ensemble: i tempi del sabato però sono più serrati e tocca ancora uscire a metà concerto. All’ultimo livello infatti del Tivoli l’attesa è tanta per Peter Brötzmann & Han Bennink; ancora sullo stesso palco come avvenne la prima volta 50 anni fa. I due però hanno voglia di altro, suonano 13’ e poi lasciano alla ICP Orchestra, guidata dallo stesso Bennink che invece cambia sonorità e formazione, mantenendo intatto il suo spirito libero. È la conclusione ideale per il programma curato da lui. Più in basso si ricomincia a danzare con Maâlem Houssam Guinia, il giovane maestro del gnawa, solo al sintir, affiancato da quattro saltanti suonatori di qraqeb che trascinano l’intera sala in un ballo travolgente. In un’intera rassegna rivolta a musiche da Africa e Medio Oriente ancora troppo spesso seguite con un approccio neocolonialista, alla ricerca dell’esotismo, questo è il più genuino momento di contaminazione, coinvolgente fino all’ultimo. In massa poi ci si dirige a sentire l’headliner del festival Pharoah Sanders. Sul palco con questa leggenda del free-jazz c’è un trio molto semplice, cui si aggiunge a sprazzi il sax. A sprazzi come la forma che lo accompagna. Il pienone si ripete anche da James Holden & The Animal Spirits. La politica discutibile di vendita dei biglietti del sabato non ha compromesso la possibilità di ascoltarlo, rinunciando volentieri ad una parte video che davvero non fa la differenza.  L’esibizione è sorprendente, un tuffo indietro in una psichedelia colorata e trasversale, tra synth e percussioni africane ed un’infusione di buonumore. L’esatto opposto di Ben Frost, che lo segue sulla stessa scena riarredata con una parete di plastica e fasci di luce blu (ancora, blue is the new brown) a squarciare il buio. Un ottimo effetto visivo, ma live povero di suoni e di idee, con due ampli enormi sul palco che sembrano quasi inutilizzati. Il termine giusto è respingente e data la tarda notte ci si rifugia al party organizzato da Radwan Ghazi Moumneh in un localino sotterraneo. Tra melodie persiane e canzoni turche la notte si stempera danzante.

5 – La domenica inizia sin da mezzogiorno con il “12-Hour Drone“: una sorta di kermesse a se’, una maratona ininterrotta di performance minimaliste di 30/40′ all’interno della Pastoefabrik, struttura post-industriale di periferia che offre la scusa per avventurarsi alla scoperta di un’area cittadina nuova. Ben Bertrand è protagonista di una delle esibizioni più illuminanti del weekend, looppando il suo clarinetto basso tra musica da camera e suoni di giocattoli, sotto lo sguardo stranito di Ellen Arkbro, che lo segue in scaletta. La svedese torna a bordoni più classici, con interferenze organistiche che ondeggiano da destra a sinistra, che accompagna con un leggero movimento della testa, come se stesse seguendo una partita di ping-pong lentissima. Prima di tornare verso il centro c’è il tempo di rivedere Yann Gourdon, già visto in passato in Italia con la sua ghironda riverberata. Nonostante non ci sia più la folla del giorno prima, il pomeriggio domenicale comunque registra i suoi sold-out, che spingono fuori da Sarah Davachi e Robert Aiki Aubrey Lowe, nuovamente in direzione del Tivoli dove sta cominciando la performance dei Sai Anantam Ashram Singers alle prese con “The Ecstatic Music of Alice Coltrane Turiyasangitananda“. Presentato con chiara e precisa vocazione indiana, si tratta dello spettacolo più made in USA del LGW: soul e gospel si mischiano come fosse un musical fricchettone. Il coro ci crede ma è composto da voci molto simili e senza qualità di spicco. Fortunatamente a spingere subito fino in fondo l’acceleratore ci pensa Linda Sharrock, accompagnata da una corposa formazione di rumoristi di scuola Improvising Beings. Il ruolo di Linda in questo progetto è quello di aggregatore del network: seduta al centro del palco si limita a urlare WA WA con una voce in grado di spalancare l’inferno e strapparne fuori i demoni. Al termine della tempesta il pubblico si alza per applaudire e tutta la band si avvicina ad abbracciarla e celebrare il concerto più casinista in assoluto. Per riprendersi si corre verso Shabaka & the Ancestors, unica eccezione curata da Jerusalem in my Heart, e passaggio obbligatorio come da memoria del JazzMi tenutosi la settimana prima. Un free-jazz spirituale e politico in cui oltre si staglia la voce di Siyabonga Mthembu, a metà tra un tenore e uno stregone. Solo un frammento, perché è già l’ora di Alanis Obomsawin, l’emozionatissima regista canadese qui presente con le musiche della tribù Abenaki facenti parte della sua tradizione. Esordisce ricordando il ruolo degli olandesi nel massacro dei nativi americani (questa è indubbiamente la serata più politica de LGW) e prosegue con un live breve e intenso, molto classico ma con picchi di emotività mai raggiunti. Mentre si seguono le indiscrezioni sugli ultimi punti di domanda che completeranno il cartellone, resta ancora da decidere se sentire Sun Ra Arkestra o Matana Roberts. La seconda opzione si rivela una scelta vincente. Una voce che canta e recita su ronze, bordoni, sax e field recording. Si muove trasversalmente, approfondisce, scava ed interroga; starle dietro è difficile ed esaltante. La chiusura è per l’ultimo ospite misterioso, la giovanissima Princess Nokia che dà vita a un show riflessivo, immobile e concentrato solo su “poetry and music”. Siamo alla fine con la notizia che il 30 novembre aprono le prevendite per LGW 2018. Sarà il caso di cominciare a cercare una stanza ad Utrecht per il prossimo anno.

Filip J. Cauz.

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