Tiga, Janis Joplin e il “pubblico di m…a”

tiga

“Non capite un cazzo: questa è avanguardia, pubblico di merda”
- Roberto Freak Antoni

Il deejay è finalmente sceso dal “piedistallo” della consolle, e attraverso l’utilizzo dei social media si è messo al livello del “suo “pubblico: basta con gli artisti schivi e antipatici alla Jeff Mills, ora ci si fa un bel bagno di umiltà e appena qualcosa va storto si è pronti a chiedere scusa.
Poco importa di chi sia la colpa, la musica elettronica è diventata una vera e propria industria e chi vende il prodotto, deve coccolarsi fino in fondo i propri clienti.
Chi paga, anzi chi compra e badate bene, c’è una sostanziale differenza fra i due termini, si aspetta e pretende un determinato standard un po’ come chi va a mangiare da McDonald’s, vuole trovare il BigMac con lo stesso sapore da Oslo a Sidney.

Il cliente si sa, ha sempre ragione quindi è ovvio, se qualcosa non funziona la colpa è sempre di chi vende il prodotto.

La qualità di una performance sta diventando direttamente proporzionale al divertimento di chi sta sotto cassa (o meglio, della maggioranza di loro) perché tutto è diventato industria, l’opzione che possa esistere anche un pubblico o una situazione “sbagliata” non è più contemplata.
Janis Joplin diceva che per lei salire sul palco era come fare l’amore con 25.000 persone, ecco, è proprio questo il punto l’amore è un atto che si fa in due, per il piacere di entrambi i partner. Se si parte invece dal presupposto che l’unica cosa che conta è solo far godere l’altro non è più amore ma qualcosa di molto diverso, che spesso tendiamo a definire prostituzione.
Caso emblematico di come stia cambiando l’aria per una certa opinione pubblica è l’ormai celebre post di scuse di Tiga riguardo la sua presunta performance “deludente” all’Ex Dogana di Roma.
Leggendo le sue parole, di primo acchito è fin troppo facile provare istintiva simpatia nei confronti del dj canadese, semplificando la faccenda, chi se la sentirebbe di criticare un artista navigato come lui che si mostra fragile chiedendo scusa e addossandosi tutte le responsabilità di una serata non riuscita?

Ora, aldilà dell’operazione un pochino paracula (diciamolo sinceramente è un post che non lascia nulla al caso, a partire dalla fotografia), fino a prova contraria non ho nessun motivo per pensare che Tiga abbia scritto quelle parole in malafede e nemmeno mi interessa più di tanto alla fine.
Il punto fondamentale non sono le intenzioni di Tiga, che magari era veramente scazzato e ha suonato male, ma l’ondata di predicatori che, stracciandosi le vesti per l’onestà intellettuale dell’artista, hanno colto la palla al balzo per lanciare, indirettamente, una sorta di crociata contro la categoria di quei dj brutti e cattivi che “si sentono divinità e se ne fregano beatamente di chi sta sotto la consolle”.
Ho tutti gli elementi per temere che, con l’elogio al sincero Tiga, più di qualcuno abbia voluto fare un’operazione subdola e sottile facendo passare l’idea che il dj bravo, in realtà, sia solamente quello che riesce a fare esplodere la pista e che se per qualche strano caso questo non succedesse la colpa è sempre, comunque, in ogni caso, di chi sta in consolle.
Grazie a questo ragionamento, il mantra diventa uno e soltanto uno: accontentare il pubblico, mettere da parte ogni velleità artistica e a testa bassa proporre un prodotto che a prescindere dal tuo gusto, dal tuo stile e dalla tua storia artistica, deve soddisfare i clienti.

Ne convengo che l’arte prima di tutto è comunicazione, e che se non si riesce a comunicare nulla forse bisognerebbe porsi qualche domanda, tuttavia, non va mai dimenticato il contesto in cui questo dialogo avviene.
Se ad esempio volendo estremizzare, porto l’orchestra della Scala in una balera di Rimini e metto in programma la Primavera di Vivaldi, non potrò lamentarmi se non riuscirò a ottenere un grande successo; non è colpa dei maestri scaligeri e fondamentalmente non è nemmeno colpa del pubblico che è lì per ballare e si aspetta le mazurke. Ecco quindi che, tra le variabili in campo, quella del contesto diventa fondamentale.
Se per molti djs come afferma Tiga, quella del pubblico non ricettivo è una scusa buona per tutte le stagioni, è altrettanto vero che molte volte la colpa è proprio di chi ascolta. Un pubblico che magari non “capisce” perché non ha le basi culturali per farlo, perché partecipa a un evento attirato solo dall’hype, o più semplicemente perché i locali con una determinata e riconoscibile linea artistica sono sempre meno, e il rischio per la gente di trovarsi spiazzata è sempre dietro all’angolo.

Facciamo quindi attenzione a chi, con la scusa dei posti di lavoro, delle imprese e dell’indotto economico, vorrebbe una scena plasmata sui gusti del pubblico.
Su una cosa dobbiamo essere chiari, un artista (non stiamo parlando di un animatore), quando è pagato, ha sì il dovere di impegnarsi e dare il massimo, ma nel contempo non è assolutamente obbligato ad assecondare i capricci della platea. La gente in fondo è lì per lui, per quello che è il suo punto di vista e se qualcuno si aspetta qualcosa di diverso, evidentemente ha fatto un errore di valutazione.

Cercando solo l’applauso telecomandato non c’è più ricerca, non c’è più evoluzione.

Quando si crea l’alchimia tra il dj e chi sta in pista nasce qualcosa di magico e irripetibile, in quel momento come diceva Janis Joplin il pubblico e l’artista fanno letteralmente l’amore ma, non dimentichiamolo mai, alla fine di tutto si tratta sempre di un dialogo a due, di un cercarsi e trovarsi a vicenda.
Se al contrario invece, la comunicazione è univoca e finalizzata solo ad accontentare una determinata parte, non è più arte, ma giusto intrattenimento. Non più amore, ma prostituzione.

Samuele Dalle Ave

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