Seven Trax One Week: L’era della gnocca

demichelis_balla

Niet Signala: Prima che i dancefloor diventassero stand promozionali di produttori, fiere all’ingrasso e appuntamenti sempre uguali resi indimenticabili dalla narrazione a posteriori sui social media, esistevano le domeniche pomeriggio in discoteca. La discoteca non era necessariamente un club, e certamente non era un rave party. Si trattava di un luogo che geneticamente discendeva in linea diretta dalla balera del liscio, che molto spesso si trovava infatti al piano superiore. Era là dove in un momento di disimpegno si potevano incontrare i vicini di casa con le camicie hawaiane che si scambiavano le signore tra un giro di mazurca e uno di walzer, nel loro regno propedeutico alle maratone estive delle sagre di paese, dove potevano avere ancora l’occasione di appoggiarlo nel corpo a corpo con delle signore cotonate dal polpaccio nervoso, riverniciate di fresco.
-Tutto regolare di sotto?-
Chiedeva il muratore compiacente al figlio del vicino strizzando l’occhio, contando dall’alto del suo baffo nero e della sua impomatatura su stacco di camicia fantasy wave sul fatto che nessuno avrebbe mai fatto menzione di averlo visto volteggiare con la barista del Rino Bar in una delle ultime primavere dell’esistenza.
L’era pre cialis era anche l’era pre trans, la droga era un vizio per ricchi e “ciao cosa bevi andiamo a fare un giro” era la musica di fondo, intervallata da “hai problemi? andiamo fuori”. Nessuno si sarebbe mai sognato di sprecare tempo a parlare del tal disco che aveva semplicemente la funzione di far muovere il culo divino della cubista, e neppure di perder tempo con cazzate sulle qualità e i tipi di droga ed inutili misticismi hippy bourgeois. Chi faceva faceva e basta, senza bisogno di sfoggiare nulla, poche storie. La moglie del DJ, una specie di impegato addetto alle colonne sonore del divertimento degli altri, se l’erano fatta tutti, e al bar in cima c’era una barista nuova con delle gran bombe. Difficile raggiungere il bancone. Non si faceva lo scontrino alla cassa, c’era al massimo una consumazione che allungava assieme al biglietto Siae quella gnocca che stava all’ingresso per la quale qualcuno era stato già battuto come un caco. Con chi stava non si era capito ma una mezza idea qualcuno se l’era certamente fatta. Il padrone in giacca marrone controllava la cassa appostato sornionamente nell’angolo, vicino ad una statua neoclassica di gesso impreziosita minacciosamente da una luce wood e da un’edera di plastica, e mandava dei giri da bere ad alcuni clienti perchè di sì. Le birre erano sempre piccole e tante, arrivavano a frotte sbattendo tra una compagnia e un’altra mentre i più esperti partivano con un bell’angelo azzurro fastidio, una sboccata al fuoco di russia della bomba rossa, oppure in alternativa si poteva optare per una classica bomba verde, un intruglio a base di coca buton, il miglior amico del giovane fuggito dall’azione cattolica per provare una sana e consapevole libidine. Le mutande erano sgambate, le gonne corte (esistevano le gonne nell’era precedente alla dittatura unisex), le tette erano vere, grandi protagoniste della migliore tv italiana, quella del Drive in e di Colpo grosso, nonchè degli spot pubblicitari dell’era precedente a quella dello sfoggio gay di contrappasso. Il trucco era pesante ed il viso era privo di impalcature botox, mentre nell’aria imperversava la guerra dei profumi dolciastri da mal di testa, senza esclusione di corpi.
Siamo negli anni ottanta ragazzi, e la notte era lunga solo per alcuni privilegiati che potevano raggiungere quei pochi locali laddove si faceva mattina, mentre gli after erano in pratica una forma di smaltimento della botta accelerata della sera prima. Si trattavain tal caso di ciò che oggi è considerata l’unica forma di divertimento e addirittura spacciata per “culture”, grazie a quello sciame di giustificazioni postmoderne coniate dagli inglesi per spingere il mercato legale e illegale e spesso assiepate sotto l’ombrello generico di “cultural studies”. La maggioranza della gente però non si interessava alla cultura dello sballo: usciva il sabato per combinare qualcosa, perchè non esistevano cellulari o applicazoni per incontrare gente, dunque oltre al classico limonare c’erano l’olimpo del ditalino sul divanetto e della pompa nel parcheggio.
Questi erano considerati i modi migliori di passare la domenica, dopo aver dormito e mangiato in famiglia e magari guardato il Gran Premio ancora in bomba dalla sera prima. C’era giusto il tempo di prendere un caffè, infilarsi il costume da DIO, darsi un colpo di lacca ed uscire di corsa perchè ti aspettavano gli amici con la macchina, e nessuno si doveva poi preoccupare di doverci ricamare sopra più di tanto: andava così e basta.
Chiamare un numero fisso dalla cabina e sentirsi dire da una voce maschile “chi la cerca?” era il massimo del lunedì, mentre nei giorni successivi fioccavano le firme false sul libretto delle giustificazioni per concedersi di andare a giocare a biliardo durante gli orari delle lezioni: “indisposizione”, un grande classico. Il resto della settimana correva cullata da cassette duplicate e dal lusso sfrenato del bullismo impunito e delocalizzato che si manifestava in modo poetico nei meandri delle città, dei villaggi, in autobus, nei bagni e nei corridoi della scuola, alla macchinetta del caffè e attraverso la magia degli scherzi reiterati e continuativi al bidello, il cui incazzo era fonte di luce e salvezza per tutti, assieme al culo della supplente nuova.
Era di nuovo sabato, sullo sfondo pompava la musica da un Martin Audio e alcune produzioni italiane si facevano notare tra la roba d’importazione per la loro spiccata, consapevole e allettante tamarraggine.
L’Italia galoppava entrando di petto negli anni 90, e al tempo il Veneto pare fosse la zona al mondo con il più alto tasso di discoteche per metro quadro. Spuntavano come funghi, per poi andarsene così come erano venute, chiudendo i battenti con altrettanta rapidità nel decennio successivo.
Fu nel 91 che il ministro De Michelis, tra una nottata e l’altra, annunciò che l’Italia aveva effettuato un nuovo sorpasso, piazzandoci davanti a Francia e Inghilterra: non si capisce come ma si apprende improvvisamente che l’Italia è la quarta potenza economica mondiale!
Il volume delle truppe era alto. L’ultimo imperio durò fino a tangentopoli, quando la sparizione del velo di maya palesò il processo che avrebbe portato al declino definitivo dell’occidente, quale avremo potuto ammirare dal nostro avamposto, assieme alla narrazione dell’intrattenimento molecolare semifieristico spacciata per divertimento alla moda da fotografare e condividere in cambio di qualche like di consolazione.

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