Tea time: la piega nascosta dell’ondata inglese della Detroit

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A metà anni ’90 se dicevi che ascoltavi Detroit potevi tranquillamente sentirti rispondere:- ah, tipo la house, con le melodie…A me non piace, preferisco la roba dura, che legna, acida, sbadabim sbadabam, hai capito?- Nel giro rave in effetti imperversava nel continente il sound sull’onda Acid Junkies, che nella fattispecie facevano più una Chicago scarna, solida e aggressiva, con intrecci di bassline duplicate e snare sincopati senza troppi fronzoli.
Il muro dei 130 era stato sfondato da un pezzo, e chiaramente in Inghilterra non erano da meno con la roba rave ossessiva delle tribe itineranti in stile Spiral Tribe o Mutoid Waste Company che già erano traghettate a far danni in Italia dopo il Criminal Justice Act del 1994.

In quel periodo London Hackney, dove ora regnano birre artigianali, mercati coperti e botteghine varie di chincaglierie “trendy”, pullulava di squat e wharehouses, mentre a Dalston Junction dicevano si poteva gustare il miglior crack della city, anche se altri venivano a King’s Cross a fare merenda. Ancora oggi per andare all’OTO cafe alla fermata di Dalston, nonostante il ripulisti attuato in seguito ai lavori per le olimpiadi, si può avere la fortuna di incappare in qualche ritardatario che ancora va in giro con la felpa con il cappuccio e una bici probabilmente rubata a chiedere -some change?-. Anche questo farà parte del revival, come Trainspotting, la Fiat 500 ed altri stili di vita pilotati dal mercato, nero o meno non ha importanza, sempre di consumo si tratta. Ad Hackney in quel periodo, in una ex fabbrica, D.a.v.e. the Drummer e Chris Liberator pestavano acid techno senza mandarle a dire, mentre i muri trasudavano di anfetamina.

E i fricchettoni? Dove si era annidata quella insradicabile pestilenza subculturale che in continuità con le teorie di Timothy Leary vendeva flangerizzazioni cerebrali di matrice trance assieme a patetiche carnevalate infarcite di misticismo new age per borghesi? Beh diciamo che si tratta in qualche modo degli antenati dei fan del Burning Man che in Inghilterra avevano preso queste tinte sempre circensi, ma vagamente indianeggianti. Sarà per via della storia coloniale.
Questa gente al tempo amava radunarsi in quel di Candem in mezzo a mercatini di paccottiglia, puzzo di incenso e birilli volanti e frequentava il Club dog di North London dove si mescolava con gente della classe media che cercava uno sballo adeguato per il fine settimana tra luci colorate e tarantelle, un pò come accade oggi in molti festival insomma, sebbene in forme e modalità più diversificate e meglio camuffate da contenuto culturale. Questa ondata raggiunse un picco tale che nel 1998 gli amici Alabama3, quelli della colonna sonora dei Soprano’s, i cowboys di Brixton, composero la canzone “Ain’t going to Goa”, non potendone più di questa moda infestante dei goani con tutti i loro foulard, Shiva e tutto quel misticismo opportunista “peace and love”, i loro intrugli di merda, e oscenità da deportazione in Siberia quali lo spettacolo dei bianchi coi dread, fuseaux colorati e doposcì che ballavano la musica psy trance di Juno Reactor.

E Detroit, in tutto questo? Certo, SONIC EP degli UR aveva indicato la via già nel 1990, e nel frattempo la nuova onda cavalcata da Mills e Hood stava montando in un mare di sferragliamenti di 909, avvalendosi di texture più complicate e attuate tramite abilità tecniche negli incastri, montaggi in tempo reale tra dischi-tool nei quali l’immediatezza nervosa svettava sulla narrazione. Il muro di suono era tessuto su partiture in shuffle e il caratteristico suono profondo con accordi in minore avanzava come un treno senza nemmeno curarsi più dell’appoggio della famosa silver box che tanto piaceva al popolo rave. Si andava  in profondità, come se fino a prima si fosse solo scherzato, e fu così che “la Detroit” passò alla storia come una musica in 4/4, incalzante, solida, di derivazione soul funk, cucita su un telaio industriale in cemento armato, tendenzialmente apocalittica ma non per questo necessariamente drammatica.
Le altre mode passavano più o meno in fretta ma questa musica aveva tutta l’aria di esser venuta per restare. L’aspetto della visionarietà era predominante e quelle che sono state le conseguenze di tutto questo le conosciamo, visto che presto mezzo mondo iniziò a cimentarvisi, mettendoci mano, in diverse maniere più o meno felici. Soprattutto meno. I padri storici della seconda ondata erano ormai consolidati, e in club come il Ministry of Sound che traboccavano di turisti nel 94 suonavano “Paperclip People” di Carl Craig, che era ormai una hit commerciale.
Quando gli Aux88 uscirono con “Electro-Techno” nel 1996 avevano già siglato con quel testo quello che era il sunto della chiusura dell’era creativa della terza ondata della techno. Non ce ne sarebbe stata una quarta: i canoni erano scritti e da lì in poi si sarebbe proceduto senza salti, nient’altro che per innesti, interpretazioni e varianti sul tema.

Sappiamo dunque perchè “la Detroit” passò alla storia, e soprattutto sappiamo come questo accadde, nella sua forma più popular, da floor, techno ed electro, proseguimento della linea del nonno Juan Atkins, però…c’è un però. Ricordiamoci di cosa stiamo parlando. Stiamo parlando in tal caso del tronco principale, del ramo ipertrofico di quello che è divenuto un global standard, un linguaggio comune, con i suoi vari dialetti e varianti. Dalla parte canadese analogamente anche Richie Hawtin lavorava alla creazione di un network globale, ed infine ad un nuovo standard, che arrivò poi successivamente a cristallizzare in quella che può intendersi come techno commerciale standard globale, incubata inizialmente dal progetto “Minus ed evolutasi poi verso una media, piatta e universale forma musicale da intrattenimento sterilizzata che non lascia troppi spazi all’immaginazione, ideale per chi non ama pensare a nulla e scattarsi qualche selfie in un privé, in un floor affollato o in qualche terrazza, ciondolandosi come un ebete su un hi hat in levare.

Il mondo di oggi è il risultato dell’esito di una guerra degli standard, e allo stesso modo in quel di Berlino si è disegnato negli anni 2000 quello che è il canone della techno standard secondo la politica culturale del Berghain, avente come riferimento la label Ostugut Ton. Che piaccia o meno le cose stanno in questo modo: non è questione di gusti, si tratta di fatti storici e dinamiche di gestione, riproduzione e controllo delle forme culturali.
Jeff Mills diceva che la techno era nata come cosa elitaria. Lo era. Era un rifugio per outsiders prima di diventare un fenomeno di massa tramite un processo di volgarizzazione -da “volgo” appunto, contrapposto all’élite-. Chi apparteneva all’élite? Quelli che sapevano. Come dicevano quelli del Chaos Computer Club (CCC) di Berlino, l’informazione è come una banca, e noi vogliamo rapinarla. Si trattava di un affare “per quelli che sapevano”, e dunque le informazioni dovevi andartele a prendere. Non era semplicemente “andare in un club” o leggere Time Out (oggi si direbbe RA, ma al tempo queste volgarità non c’erano).

Le cose migliori non accadevano più nei club già dai primi anni 90, e non c’era Internet per andare a vedere chi, che cosa e come: arrivava della musica prima su tape e poi in vinile, e non solo non si sapeva chi la faceva, ma neppure come era stata fatta.
Questa fascinazione dell’ignoto era la parte emozionante, l’utopia di un mondo a cui pochi avevano accesso e che comprendeva varie sfaccettature tutte da esplorare. E’ stato inevitabile che la forma della techno più commercialmente spendibile in un floor riscuotesse il successo maggiore. Esistevano d’altro canto anche forme estremamente mentali di espressione della Detroit, che in seguito aprirono la strada a quella deriva radicalizzata e astratta che prese poi il nome di IDM.
Gli Autechre, i Black Dog, i B12, ed altri artisti inglesi dell’epoca, svilupparono infatti un linguaggio proprio muovendosi parallelamente a questo sottobosco e deviando completamente dai canoni dell’intrattenimento della scena dance per spostarsi verso quelli più concettuali dell’ascolto (da qui la cosiddetta braindance di cui Aphex Twin è uno dei beniamini).
Si trattava di un gioco particolare, attuato in una prospettiva definita ironicamente “intelligent” perchè si poneva come inadatta sia al discotecaro che al raver generico da “una cassa e via” che poteva nella migliore delle ipotesi rotolarsi sul tappeto in una sala ambient mentre se andava bene passavano un disco degli Orb.

Esploriamo ora qui invece quell’anello mancante rimasto imprigionato in una piega della storia che riguarda il momento in cui i dischi BFC di Carl Craig arrivarono in Inghilterra nel 1990, e alcuni artisti, il più famoso dei quali Kirk Degiorgio (AS ONE), iniziarono a cimentarsi in quest’arte degli strings caldi e del beat astratto, immersi in un’atmosfera visionaria e priva di paranoie wave che la New Electronica seppe stilosamente individuare nella sua compilation “Object d’art” del 1994.
Mettetevi l’anima in pace che la storia non la fa chi scimmiotta qualcosa preso da un miope senso di vuoto arrivismo, ma bensì come dicevamo chi crea uno standard, proprio e riconoscibile, che sia una sfumatura personale o diventi canone popolare, che sia diffuso o sconosciuto non importa. Il valore sta in questa onestà culturale, chiamiamola coerenza, stile, identità. Le macchine sono solo una scusa procedurale, un modo per aprire scorciatoie della mente per creare materia sonora, e chi vorrà solo sembrare qualcosa o qualcuno e vivere nel limbo della fattispecie potrà farlo, e se ne andrà così come è venuto, senza lasciare traccia, e non ci sono agenzie e contatti e storie analogiche o digitali che tengano.

Nei primi anni ’90 scivolando per le vie di Soho la tappa da Ambient Soho era inevitabile, e poi sì, c’erano negozi vari dove ad esempio le compilation Intellinet su Plus8 di Richie Hawtin e della REACT con Ken Ishii erano già roba commerciale, che faceva bella mostra di sè in vetrine  accanto ai Beatles o a Madonna, anche in formato CD, per un consumo immediato, casalingo, in quanto il culto del CDJ non era ancora diffuso a metà anni 90 e chi comprava un CD lo faceva per sentirselo a casa visto che la radio FM non era fruibile in modalità “on demand”.
C’era del fermento attorno al negozio Black market che pompava house cantata, ed era legato esplicitamente alla scena da club, qualcosa di già ben codificato ed esperito in Italia ai massimi livelli, drum and bass a parte. Entrando invece da Fat Cat in Covent Garden uno poteva avere idea di cosa significa il concetto di TUTTO: gente e dischi che giravano ad una velocità impressionante mentre almeno 5 piatti per lato pompavano ascolti con la frenesia di una fabbrica di Shenzen. Niente di tutto questo aveva a che vedere con quello che anni dopo divenne Small Fish, il modesto negozio che aprì successivamente uno dei propietari, per poi sparire del tutto assieme al mercato del vinile nei primi anni 2000, quando la digitalizzazione aveva preso il sopravvento. Dovremmo aspettare gli anni successivi per vedere poi il vinile riemergere nuovamente, in forma di trend vintage e retrò, così come lo conosciamo oggi.
C’era però un posto in particolare, dimenticato da tutti, del quale persino Aubrey ignorava l’esistenza. Non c’era due anni prima, ne ero sicuro. Era un negozietto là dietro, in una via di Soho, con una scritta in blu su giallo che recitava: “IQ: instant quality”. Sotto in piccolo potevi leggere: instantly from Detroit. Niente nasce da niente, e quella roba importata evidentemente avrebbe avuto la sua influenza sulle produzioni autoctone. Fu così che quel pomeriggio mentre ascoltavo dei classici Transmat che fino ad allora vevo potuto apprezzare solo in qualche mixtape, senza sapere neppure che cosa fossero e come si chiamassero perchè non lo potevi sapere senza aver avuto la possibilità di accedere ad un negozio del genere, mi imbattei nel il primo disco di Juan Atkins, Clear del 1983, scoprendo la prova evidente e diretta dell’influenza dei Kraftwerk sulle radici di quello che poi sarebbe divenuto una cosa diversa chiamata techno.

Andy Jaggers lo avevo conosciuto la volta prima, aveva una gamba ingessata, chissà cosa aveva combinato. Il piatto per ascoltare i dischi era lì sulla destra (in Italia non te li facevano ascoltare normalmente e la cosa non era assolutamente ovvia), ce n’erano un paio. Non c’era molto traffico là dentro, giravano amici e gente che prendeva cose che sapeva già. Chiedo cosa aveva per me. I negozianti al tempo conoscevano i loro polli, non battevano solo scontrini, ma erano veri e propri psicologi e assistenti personali. Si ricordavano dei propri clienti, specie se spendevano dei soldi.
Mi appoggiò sul banco una pila di roba nuova, con sopra il promo del suo nuovo disco dei 3 Elements, First though/ Glow: -that’s my production, out now-.
Negli anni 2000 Andy avrebbe poi intrapreso la via dell’electro come ADJ, dando sfoggio dei frutti della sua esperienza senza aver bisogno di nascondersi dietro la foglia di fico della distorsione, con tessiture che non si limitano mai a mere decorazioni sonore su un beat di grido come usano fare gli arrivisti dell’ultima ora, che smanettando due oscillatori pensano che tutto debba necessariamente gravitare attorno all’ossessività data dal loro mezzo. La ragazza si volta e mi dice: “Andy is a genius in this kind of music.” Quel “kind of music”era la Detroit, per come la intendavamo, ed era quello che acquistavo dai primi anni 90, il massimo che potevi trovare in circolazione per vivere adeguatamente nel presente. Al tempo era undergound puro. Ed era soul.
Ti consentiva persino di non circondarti di stronzi modaioli, cosa oggi non più così facile, visto il mutato stato delle dinamiche della comunicazione.

Questa musica si presentava qui sotto forma di declinazione inglese dalle tessiture abstract, lontana dall’industriale ispido, più tendente al jazz che alla ripetizione ossessiva, ed era pefetta per quel momento di mezzo nel quale il club inteso come discoteca era ormai scoppiato, l’house era esausta dopo l’ondata garage, mentre d’altro canto il rave faceva da contraltare ruspante generico. Serate di musica del genere si svolgevano spesso su invito, passaparola, in luoghi occasionali, saloni vittoriani, o nei retro di pub, in qualche privé di locali più impegnativi, oppure in ambienti familiari senza troppe persone,  comunque eterogenee, informali, trattandosi per lo più di addetti ai lavori, che per l’appunto sapevano.
Sugar?” mi chiede la ragazza porgendomi una tazza di tè. Erano le 5 o’clock di un giorno imprecisato dell’estate del 1995, e stavo per addentrarmi nuovamente in un settore dalle dimensioni ignote della musica elettronica popolare, forse l’ultimo sconosciuto, prima che la rete arrivasse a divorare gli angoli nascosti del reale riducendo l’esperienza a forma di liste transitorie per ipnotizzare orde di giovani affetti da disordini dell’attenzione.

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Comments

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  • Pietro Tacconi

    Un articolo eccellente in ogni parola, complimenti per l’analisi storica