No Escape Pt.2: House, Phuture & futures

acid

L’house music tuttavia non arrivò subito a Berlino: passò prima dall’Inghilterra, e naturalmente, come sappiamo, anche dall’Italia. Ci volle del tempo prima che Jack iniziasse a spopolare anche in Germania, e in particolare nella capitale si iniziò ad investire su questo ramo archeologico della dance non prima della sua autenticazione avvenuta negli anni 2K, con la conseguente indigestione di acid degli ultimi anni, riproposta in salsa edit, repressed, remastered, cover, sulla falsariga con risultati anche apprezzabili, e naturalmente anche fake.
Per quanto riguarda le reinterpretazioni sicuramente gli Inglesi l’han fatta da padroni, battendo sempre il ferro ancora caldo, preferendo l’immediatezza al dover andare poi a grattare con il pennellino tra le ossa di dinosauro: l’acid house è stata principalmente una scena inglese, sebbene quel tipo di sound venisse da Chicago e fosse caratterizzato da quello che usciva da una scatola di plastica giapponese che sembrava un giocattolo.

Il motivo di cotanta prontezza era chiaramente economico: la ricerca della hit e dell’intrattenimento giusto per il momento storico aveva la priorità sulla ricerca del modern classic, come è accaduto invece successivamente in Germania, mentre in Italia quando si trattava di fenomeni di costume non ci si faceva certo cogliere impreparati.
All fine degli anni ’80 non c’era tempo da perdere: c’erano giovani con i soldi in tasca che sfoggiavano in disco il look giusto, pronti a prendere un aereo che costava anche dieci volte un volo di oggi, per andare a divertirsi in qualche isola, o capitale, e tornare magari con dei dischi che pochi potevano permettersi o anche solo reperire e di cui spesso nessuno sapeva nulla: fare il dj era infatti considerato un lusso prima della rivoluzione digitale, dunque prima di internet, e dei voli low cost.
La massa non sapeva nulla di tutto ciò e seguiva i fenomeni costruiti delle majors, mentre gli altri crescevano con cassette mixate suonate in autoradio con l’autoreverse, copiate milioni di volte dall’amico del fratello, prestate e mai restituite, perse, ritrovate mezze cancellate per sbaglio, sciolte dal sole sul cruscotto di una Fiat Uno che aveva fatto magari centinaia di chilometri per raggiungere il posto giusto di quelli che sapevano, che ascoltavano “quella musica tutta uguale” che non era ancora stata mappata dalla cultura di massa, e non c’era Wikipedia per poter neppure atteggiarsi, al massimo c’erano degli asini col Bignami.
L’house, sebbene scaturisse dalla voce di una minoranza per poi essere eretta a linguaggio universale, ribadiamo veniva da Chicago, città nella quale è stato coniato il termine yuppie -young urban professional-, e nella quale si sviluppò la cultura dei Futures azionari a partire dal lontano 1848. Phuture era certamente un’altra cosa, e anche se il futuro era una una sorta di illusione collettiva, di effetto collaterale del progresso, si trattava comunque di una costruzione mentale in bilico tra l’inganno e la necessità, che veniva giustificata da un lato dalle carte false del presente per chi vendeva titoli, e dall’altro dalla speranza di chi anelava ad una “promise land” to “set you free”, mentre l’avvento di Jack guardava indietro e il mito della sua creazione veniva celebrato con una parafrasi della Genesi.

A New York non tardarono molto a cogliere l’opportunità di incorporare nuove label, dunque di fare sul serio, avviando un business attorno alle nuove produzioni. Era un segmento musicale nuovo. Ci credevano, e l’hanno fatto, e indipendemente dal risultato economico che potrà essere stato più o meno buono, quello artistico c’era, e c’era entusiasmo. Molte perle oggi ancora in circolazione su vinile vengono da gente che ci aveva provato, che non era magari al tempo stata capita, e che aveva probabilmente poi influenzato altre produzioni che sono state poi ristampate da altri e così via.
La produzione su vinile di per sè è sempre stata un elemento dialettico, funzionale ad un linguaggio globalizzato basato su standard riproduttivi, ed ha poi assunto sempre più la valenza di un flyer per permettere all’autore -che non di rado coincideva con il produttore- di autenticarsi nella scena e poter esordire a pieno titolo come dj. Oggi nessuno che sia sano di mente spererebbe di fare dei soldi con una label di musica house. Nessuno sano di mente potrebbe pensare di fare musica per far soldi in generale. Tuttavia questa scena è intimamente legata a contesti dove i soldi girano eccome, altrimenti non sarebbe diventata globale, e l’house sarebbe rimasto un genere “modern folk” di appartenenza locale.

Il lunedì nero del 1987 rimbalzò da Hong Kong agli Stati Uniti e l’economia mondiale subì il più grosso crollo dal ’29, ma d’altro canto chi se ne preoccupava? I ragazzi stavano per impegnare dei soldi per andare all’università e in qualche modo dovevano passarsela bene quell’estate del 1988 che tutti conosciamo come “summer of love”, che fu creata a tavolino proprio dagli Inglesi, utilizzando quella bomba innescata che stava per esplodergli in mano. “La bomba estallò”, cantavano i Righeira in “Vamos à la playa”, mentre scalavano le classifiche cinque anni prima. Forse ci avevano visto lungo, e ad ogni modo sulle “pizze radioattive” ci avevano preso di sicuro.
L’house è cresciuta dunque nell’undergound all’ombra del capitalismo, è nata proprio nella sua culla, ed è divenuta poi funzionale ad un contesto sociale di massa, prendendo il posto nell’immaginario comune di quello che fino alle sue forme più degradate anche mia nonna conosceva con l’appellativo generico di “musica da discoteca”.

Fu così che questo gaio genere musicale venne interpretato in molti circuiti antagonisti italiani come una colonna sonora deplorevole e disimpegnata della vita sociale, accusato di essere “senza un messaggio politico”, finchè alcuni di questi non scoprirono con un congruo ritardo di anni un modo facile e lumpencapitalista di fare cassa tramite programmazioni dozzinali di immondizia progressive o ancor peggio goana finto rave spacciata per roba “alternativa” da parte di alcuni pittoreschi “signori degli anelli”.
D’altro canto avevamo il paradosso di gente che si professava di destra, omofobica e spesso anche razzista che acquistava musica di afroamericani omosessuali per poter esibirsi nella discoteca di provincia davanti a gente abbronzata anche d’inverno.
Fare il dj house specialmente in Italia era un hobby non certamente alla portata di tutti, e tutto sommato più costoso del golf. Per sostenere queste passioni bisognava avere le spalle coperte, o un buon lavoro, perchè solo in rari casi arrivava anche un buon cachet: per giocare a questo gioco bisognava scendere a compromessi con qualche giostraio, oppure essere ammanicati con quelli giusti, organizzare delle feste, o comunque arrangiarsi in qualche modo.
Mentre si discuteva di quale droga fosse di destra o di sinistra, e i faccendieri incassavano banconote non segnate e non consecutive, l’ingresso nei ’90 vide l’Europa e non solo esplodere a ritmo di “50 Dollars or more”, circa cinquantamila Lire dell’epoca. Un bello scarto rispetto alla robaccia che circola oggi per un decimo del prezzo, per qualche motivo con una discesa parallela e omologa a quella dei costi dei voli d’aereo. I tempi cambiano ma i problemi di atterraggio rimangono gli stessi.
Fu circa in quel periodo che da qualche parte i governi messi sotto pressione dall’opinione pubblica iniziavano a preoccuparsi cercando di catalogare e vietare anche queste nuove sostanze, innescando una corsa alla modifica delle molecole che seguiva quasi paradossalmente quella dei remix, mentre fiumi di soldi di dubbia provenienza finanziavano l’intrattenimento di sorta.

fine seconda parte

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