Polymorphism Pt. 3: Pierre Bastien

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Succede un momento di pausa, nel quale vediamo montare in verticale sul tavolo una curiosa struttura composta da una specie di Meccano misto a Lego Technics. Certo, non conoscendo l’artista si potrebbe pensare ad una semplice coreografia, allestita solo per essere proiettata sullo schermo retrostante. Si tratta invece di un accrocco opportunamente studiato allo scopo di articolare movimenti ciclici per la produzione ritmica, dunque motorizzato ma anche microfonato nei punti salienti.
Il sistema richiama immediatamente il progetto Overbug: un software ideato nel 2008 da Hiroshi Matoba, e basato sulla possibilità di creare orbite circolari collegate tra loro, sulle quali far viaggiare questi insetti virtuali in grado di innescare suoni al loro passaggio. Sebbene si tratti di una cosa concettualmente diversa, esiste in effetti una base comune tra i due progetti, che si ritrova nella ciclicità circolare data dalla meccanica, reale o virtuale che sia.

Ci sono tuttavia radici più profonde da indagare che fanno capo alla tradizione delle avanguardie, dunque alla scena europea (anche perchè quella americana o giapponese erano a quel tempo inconsistenti), e in particolare proprio a quella francese.
Come non può a questo punto venirci in mente l’opera di Fernand Leger,“Ballet mécanique”, musicata dal compositore George Antheil del New Jersey, che si trasferì all’epoca proprio a Parigi, al tempo centro indiscusso della vita culturale mondiale. Ci troviamo nel 1924 in pieno post-cubismo dadaista, e Leger, profondamente segnato dalla guerra, produce un film d’arte incentrato sull’astrazione dinamica del costruttivismo.

Nella storia della cinetica che regola il rapporto uomo-strumento a percussione, ritroviamo il passaggio dall’esecuzione diretta tramite l’uso delle mani su pelli o corde, poi mediata da bacchette o martelletti, e successivamente attuata tramite leve e manovelle, come avveniva per gli intonarumori manovrati singolarmente da ogni esecutore. A partire da precedenti mitologici salienti come la beffa del Turco Meccanico, concepito addirittura nell’Ungheria del 1700, possiamo ritrovare vari tipi di meccanismi che vanno dal carillon, al costoso pianoforte automatico di Aphex Twin, alle varie sperimentazioni basate su Arduino, inclusi progetti kitch quali la versione acustica dell’808 Roland, dunque vari tipi di automazioni meccaniche anche costruite su base elettronica, più o meno limitate, aperte, a produzione casuale, o ibrida.

Stabilito dunque che in tutto ciò siamo di fornte all’esito di una ramificazione storica di una tradizione ben radicata e consolidata, che cosè quel di più che evidentemente Bastien mette in scena, oltre all’éscamotage meccanico, con tutti quegli ingranaggi e quei cambi di rapporti che ricordano un esercito di biciclette aggrovigliate? Eccolo ad un certo punto approcciarsi al macchinario brandendo una tromba, dapprima in modo incerto, poi quasi aprendosi ad un livello più ammiccante, vicino alla fusion.
Lo apprezziamo mentre si rituffa in modulazioni improvvisate prodotte dal gorgoglio dell’acqua di un bicchiere nel quale ad un certo punto aveva infilato un tubo collegato alla tromba stessa.
Come suonava la base meccanica che vedeva i suoi movimenti proiettati nello schermo retrostante in uno scenario d’altri tempi? Beh, ad un certo punto non so come era giunta ad essere esattamente identica a quella di “Girl” dei Suicide, con lo stesso ronzio di fondo ed un beat leggermente più intricato, ma senza organo elettrico e purtroppo senza Alan Vega.

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